lunedì 21 febbraio 2011
mercoledì 16 febbraio 2011
Vorrei sapere…ma forse è meglio di no….
Oggi era il suo compleanno. E io, forte della consapevolezza di aver dimenticato, forte del fatto che di acqua sotto i ponti ne è passata e certa di essere una persona diversa, ho pensato che quest’anno non avrei limitato gli auguri ad un semplice e patetico sms…tipo “Buon compleanno. Adesso sei vecchio veramente!” No…ho preferito chiamarlo. Non chiedetemi perché…sono istintiva, purtroppo! Ma tranquilla…pensando solo al fatto che sono anni che non ci sentiamo più e che forse gli avrebbe fatto piacere. Bene. Con questa serenità addosso, faccio il numero (l’ho cancellato dalla scheda del telefono da quando ci siamo lasciati. Eppure è ancora li…salvato nei file che non uso mai, in quella parte di cervello andata ormai a male!). Il telefono suona per un po’ e io sto pensando che forse sarebbe meglio chiudere. Ma sento la sua voce. Calma io. Nessun brivido, nessuna emozione. Parliamo del più e del meno. Del suo lavoro, del fatto che da più di un anno lo hanno trasferito in un paesino che ha un nome stranissimo che mi fa ridere. E lui mi prende in giro. Mi dice che da lui c’è nebbia…la sua è la città della nebbia e io lo ricordo bene. Parliamo dei miei, mi chiede di mia sorella. Mi chiede di me, se lavoro ancora li. Gli accenno delle mie crisi di panico, della terapia (non gli dico che per un po’ di tempo ho pensato che la causa di quel malessere fosse lui). Mi dice che mi capisce…e lo so. Perché prima che ci conoscessimo andava avanti a Tavor. Gli chiedo dei suoi, mi dice che suo fratello ha avuto una bellissima bimba ( e io lo sapevo…perché l’avevo sognato). E allora, in quel momento, scatta in me la curiosità…curiosità di cose che vorrei sapere ma delle quali temo la risposta. Ma la voglia è diventata incontenibile e approfitto dell’appiglio…così la butto lì, in tono ironico…”E tu? Figli…ancora niente?” . E rido un po’, perché mi sto innervosendo…mi dice che non sono in programma figli per il momento. Fingo di non aver sentito, e forse anche di non avergli mai chiesto niente. E per un attimo vorrei accostare la macchina, scendere e vomitare. Mi aspettavo una risposta del tipo “Figli? Ma per carità!! Non ho neppure la materia prima!!”…E non contenta del male fisico che mi sto procurando mordendomi il labbro inferiore, gli chiedo se vive ancora coi suoi…Mi dice che è fuori da due anni. Ma io non me la sento di indagare oltre. Eppure le domande sarebbero tante…”ti sei sposato?”…”convivi solo?”…”E’ sempre lei?”…” Se non è lei, chi è?”…Ma taccio…sono arrivata al lavoro, lui pure. Lo saluto, rinnovo gli auguri e chiudo il telefono. Mi fermo a prendere una spianata perché oggi rimango al lavoro in pausa…Fumo una sigaretta…e quando fumo io divento più lucida e riflessiva…e mi commuovo un attimo. Un attimo solo. Non un pianto disperato come avrei pensato se mai un giorno avessi saputo queste cose. Una lacrima…l’ultima di una lunga serie di quelle versate per lui. Adesso lo so. E penso che il mondo è andato avanti mentre io rimanevo sempre la stessa. Mentre io rimanevo legata ai ricordi, il mondo si è buttato sul futuro…
L’altro giorno parlavo con un’amica sul fatto di tenere in serbo i ricordi e guardarli solo ogni tanto, e riporli, per non dimenticare quello che ci hanno fatto diventare…lei mi ha detto che è difficile, che i ricordi fanno male.. Hai ragione…i ricordi fanno male. Oggi li ho tirati fuori, inaspettatamente e anche contro la mia volontà. Hanno fatto un male cane…perché la sua voce ha riportato alla memoria profumi e luoghi, parole e promesse…Ma adesso richiudo il cassetto…e mi sa tanto che stavolta butto via la chiave per davvero.
anonimo
domenica 13 febbraio 2011
LA RABBIA
racconto di Mariagrazia Di Stasi
La rabbia è dolore vestito di rosso. Lei aveva quegli occhi che lanciavano pietre e le sue parole erano scintille d’odio.
Non posso sopportarlo diceva, ma poteva sopportarlo benissimo. Era una vita che lo faceva. Tenersi dentro quel dolore sordo come un macigno alla bocca dello stomaco, come un verme che scava tunnel di angoscia facendosi strada fra le maglie sfilacciate dell’anima. E sembrava che non arrivasse mai quel dannato verme, perché continuava a girare e girare su se stesso e dentro di lei senza fermarsi, senza darle tregua.
Il suo viso allo specchio era sempre lo stesso: i lineamenti tirati, due pieghe amare all’angolo della bocca.
Si tolse dalle labbra la cicca di sigaretta e la spense con rabbia col tacco della scarpa.
Lui la guardava. Aveva quell’espressione di cane bastonato che la faceva inferocire ancora di più. Se avesse avuto orecchie da cane le avrebbe tenute basse, ma invece aveva piccole orecchie carnose e occhi dallo sguardo fragile.
Taceva. Lasciava che lei gli urlasse contro, senza muoversi senza fiatare.
E nel profluvio di parole che gli vomitava addosso, ad un tratto lei sentì con certezza dolorosa che non le capiva affatto. Che le sentiva senza ascoltarle.
Parlavano due lingue diverse.
Non la capiva la posta in gioco. Ma poi pensò che neanche lei stessa capiva quella rabbia sterile che la prendeva di fronte alla presunta debolezza di lui. A quello sguardo mite che lei avrebbe voluto più combattivo, più rabbioso.
Come quando lui la prendeva fra i fiori dipinti delle lenzuola odorose dei loro corpi accaldati e lei sentiva i muscoli del suo corpo tendersi come deve fare un uomo quando possiede un corpo di donna. Con quella forza lì che la teneva ferma, schiacciata contro il materasso sempre più
madido. Con quello sguardo avido e duro.
E quelle mani rapaci che afferravano, esploravano, premevano.
Era così che le piaceva pensarlo.
Ma quando lui scivolava inesorabilmente nella sua debolezza, le sembrava svanisse la magia che c’era fra loro e lei non era capace di dirgli che non riusciva più a desiderarlo. Che aveva bisogno di sentirlo più forte di lei e non un cucciolo spaurito da consolare.
Non riusciva a spiegargli quel dolore nel fondo dell’anima che si infrangeva nello sguardo fragile di lui.
Lui cercò di interrompere il flusso imperioso delle sue parole. Aveva argomenti poco convincenti ma sapeva come esporli. E si muoveva per la stanza, agitando le mani, con gesti vigorosi eppure infantili e lei voleva dirgli fermati per dio e ascoltami…Ma ascoltare cosa poi!
Si rese conto che aveva perso il filo dei suoi stessi pensieri. Le emozioni avevano preso il sopravvento. Le emozioni? Solo una a dire il vero: la rabbia.
Ma la rabbia per cosa? La debolezza di lui? La sua? La rabbia e basta.
La rabbia delle donne. Secoli di rabbia. Vagonate di rabbia.
Per i soprusi subiti? Per le umiliazioni? Per la propria debolezza? Per quella incapacità di ribellarsi se non in inutili gesti sterili?
Poi si accorse che aveva dentro un nervo scoperto che faceva male ma non perché era una donna, ma solo perché era lei, fatta a quel modo sbagliato con quel cervello che macinava pensieri, tornando sempre indietro, spirali su spirali di sensazioni, di parole, sempre quelle, sempre. Prigioniera della sua disperazione, della sua inettitudine, della frustrazione di non riuscire a vivere rispettando se stessa.
Lui smise di parlare. Era inutile. Il silenzio ostile di lei era la prova dell’incapacità dei suoi discorsi di penetrare lo spesso muro della sua ostilità diffidente.
Si sentì stranamente impotente nel suo amore che non riusciva a salvarla da se stessa.
Da quell’ansia invincibile di distruzione che la prendeva talvolta in certi giorni duri che attraversava affannosa.
Giorni come quello in cui la sua vita sembrava inciampare in un disgusto rabbioso per tutto e per tutti, compreso lui, compresa se stessa.
E che poteva fare lui se non abbracciarla? Che poteva fare?
Ma lei non voleva. Sentiva il suo corpo ritrarsi ostile.
Persino le labbra che aveva morbide e carnose, lo respingevano.
Lei sedette, continuando a guardarlo. E si trovò a pensare a quando era bambina e sua madre leggeva una rivista, mentre lei giocava, seduta sul pavimento. Nel silenzio.
Era quella, la rabbia di sua madre. Il silenzio.
Sua madre non alzava mai la voce. Aveva occhi distanti dallo sguardo chiuso su pensieri immobili. Certe volte sembrava una foto di donna senza dimensioni se non quella dell’immagine esteriore. Una foto di donna che si muoveva per casa, faceva le faccende, leggeva le riviste. Una foto senza pensieri, senza parole da dire.
Ma ora capiva che era la rabbia. La rabbia nascosta della sua infelicità, che la faceva muovere come un automa nella piccola casa silenziosa.
Non parlava; non le parlava. Cresceva sua figlia a immagine di se stessa, con quel senso di inferiorità latente, sottile e infido che le faceva abbassare gli occhi di fronte al suo uomo per sfuggire alle rabbie inutili di lui. Improvvise, senza ragioni apparenti. Fragorose come un temporale che annuncia l’autunno. Ma l’odiava.
Chinava gli occhi e lo odiava odiandosi a sua volta. E sua figlia la stessa.
Devi, devi, devi…e mai Vuoi, vuoi, vuoi.
Devi fare questo o quello, devi essere questo o quello, devi e basta e non importa se non vuoi, se vorresti qualcosa di diverso. Non importa quello che vuoi, importa solo quello che meriti e tu non meriti nulla, tu sei piccola sei stupida, non capisci, sei una donna…
E così che si nutre la rabbia delle donne verso gli uomini, verso se stesse.
E’ un cancro che vive di sangue e carne. Che si nasconde negli anfratti del cuore, negli angoli bui dell’anima e non importa che tu sia bella o brutta, intelligente o stupida, buona o cattiva, comunque sei piccola, sei stupida, non capisci…E’ così che ti vedi anche nel vestito più bello, sotto il trucco più sofisticato e non ti piaci. Non ti piaci mai.
Questo pensava la donna mentre lo guardava smarrendo all’improvviso, il solco dei discorsi di lui e dei suoi stessi pensieri.
“ Quest’uomo mi ama” si diceva e le sembrava impossibile. Come poteva amare lui…una donna come…lei?
Le donne non si meritano di essere amate, forse possedute, forse maltrattate, forse messe sul piedistallo perché non pensino, non vogliano, non cerchino un rispetto impossibile da pari a pari. O era lei che non lo meritava ed essere donna era una cosa irrilevante a quel punto?
Sua madre era una donna spenta che aveva rinunciato ancora prima di esserne consapevole.
Lei la guardava e pensava sempre: Come odio la debolezza delle donne!
Allora era un’adolescente ribelle e risoluta dall’anima fragile come un cristallo che presto qualcuno avrebbe frantumato.
Suo padre il primo grande amore della sua vita. L’irraggiungibile obiettivo del suo desiderio di significare qualcosa, di essere qualcuno e non soltanto la bambina che è piccola, che non capisce, che è meno di niente perché mi hai deluso, figlia mia!
E lei non capiva perché l’avesse deluso, era brava a scuola, era buona, non faceva mai niente di sbagliato e allora perché? Ecco perché! Era lei ad essere sbagliata…Non poteva che essere
questa la ragione. Si portava dentro il peccato originale di essere quella che era, e suo padre non glielo perdonava. E non importa se era bella, buona, se era brava, era sbagliata e basta, senza speranza.
Nessuno mai l’avrebbe amata. Se non ci riesce tuo padre chi altro potrebbe farlo?
La rabbia di una donna si nutre dell’amore mancato. Del vuoto che lascia un padre che non riesce ad amarti. Perché sei una donna? O perché semplicemente sei tu? Non riusciva a capirlo; non l’avrebbe saputo mai. Suo padre aveva nascosto le ragioni del suo respingerla, in un silenzio impenetrabile, in un distacco invincibile.
Abbracciami papà, abbracciami non darmi solo quei baci formali e freddi sulla guancia…Ma lui non l’abbracciava mai. Era questa la ferita. Non l’abbracciava perché lei non lo meritava.
La rabbia delle donne, il senso invincibile del rifiuto che ti porta a cercare l’ennesimo maschio che ti ferisce, che ti usa, che ti uccide, per conquistarti l’illusione di un’improbabile rivincita.
Lo guardava. Lui era così dolce, lui l’amava eppure non sapeva quando la offendesse la sua fragilità, quel suo arrampicarsi fra le maglie di pretesti inaccettabili e banali per spiegare ciò che non poteva essere spiegato. Tornare indietro era impossibile. Tornare al punto in chi lui l’aveva ferita. La rabbia la inchiodava nel limbo di un rancore senza rimedio. Qualunque cosa lui avesse detto o fatto, era oramai inutile. Era come cadere dall’alto di un dirupo. Anche se vuoi non ti puoi fermare, non puoi tornare al punto in cui il tuo piede è scivolato nel vuoto, per impedire che questo accada. Ora la donna non poteva fare altro che cadere e cadere, pregando solo che finisse presto quel dolore lancinante nel buio del cuore. Ci sono gesti a cui non c’è rimedio, si può solo sperare che siano presto sostituiti da altri gesti che permettano di dimenticare.
Questo pensava lei guardandolo. La rabbia delle donne si mangia il tempo. Si mangia l’amore, qualunque cosa. E’ l’ossessione che divora, il vortice che ti inghiotte, il mostro che vuole sangue e dolore e solo allora si placa.
Lui non capiva. Cercava di placarla senza sapere che doveva dare qualcosa in pasto a quel dolore e a quella rabbia. Ma non aveva niente da dare, niente di cui fosse consapevole. Non riusciva a darle che se stesso, ma a lei non bastava. Non era lui il nemico da distruggere e annientare.
Alla fine tacquero entrambi. Nella stanza, piano era scesa la sera. Il buio rendeva indistinti i contorni delle cose, mischiava le carte. Tutto si confondeva.
Lei pensò: “C’è solo buio, dentro e fuori di me.
Buio che uccide.
lunedì 7 febbraio 2011
Gli amici di lui
Da “Col cavolo” di Luciana Littizzetto:
Tutti i nostri boyfriend hanno un amico. Un amico del cuore. Quello con cui sono cresciuti. Si sono scambiati le figurine alle elementari, misurato il pisello alle medie, rubati le fidanzate alle superiori. Quello che resiste alle intemperie della vita e al peso degli anni e della trippa. Il maschio però non frequenta l’amico del cuore come noi pollastre. Noi starnazziamo con l’amichetta al telefono una media di 10 volte al giorno per i motivi più ridicoli, per avvertirla che ci è già arrivato il catalogo dell’Ikea, ci è spuntato un orzaiolo gigante o ci è impazzita la maionese anche se abbiamo aggiunto l’olio piano piano. Il maschio no. Il maschio l’amico lo sente ogni tanto. Per darsi un appuntamento. Vanno insieme alla partita o da Giancarlo a bere una birra. E a noi rode da bestia. Perché chissà cosa si dicono. Chissà quale torrente impetuoso di cretinate lui, l’amico pistola, dirà al nostro esimio coniuge. “Eh, ti ricordi quando stavi con Marcella? Che gnocca era? Con la quarta di reggiseno.. Due tette grosse come due colapasta…” Tra maschi rimangono sempre ricordi profondi. Loro hanno ‘sto modo qui. Quando sono insieme fanno i gradassi. Fanno quelli che chissenefrega delle donne. Le donne fuori dal letto sono una gran rottura di scatole. Che va anche bene. Ma devi essere coerente. Invece no. Perché poi ‘sti aridi vengono a casa e ritornano pulcini smarriti. Pio pio. PIO PIO una grandissima mazza. Insomma. La nostra relazione con il compagno di merende è spesso drammatica. Soprattutto perché ci costringe a tacere. Anche se l’amico è decisamente cretino, passa le serate a giocare alla Playstation a 40 anni suonati e tradisce la moglie da quando ne aveva 24, il nostro boy troverà sempre un motivo per perdonarlo. E difenderlo. Guai a tifare contro accennando a quella disgraziata della moglie. Povera Milly… fino a qualche anno fa erano soltanto cornini da lumaca. Adesso viaggia con due cornazze che neanche un’alce. “Magari lo tradisce anche lei.” Chi? Milly?! Ma se Milly sta tutto il giorno a dipingere limoges e non vede altro che tazzine…”Morditi la lingua e fatti gli affaracci tuoi, spregevole pettegola.” Se invece l’amico te lo fai piacere, nel senso che gli rivolgi almeno la parola, riparte una nuova tiritera. “Ti piace eh, Giovanni? Ho visto come gli parlavi.” Come gli parlavo cosa? Gli ho chiesto di passarmi il sale che la pizza è sciapa. “Sì, ma glielo hai detto con un tono…” Ma quale tono? Gliel’ho chiesto in si bemolle, era meglio il sol diesis? Talvolta, talvoltissima, l’amico può essere anche una personcina decente. Anzi un uomo interessante. Azzardiamo: un figo notevole. In questo caso le frequentazioni saranno rarissime. Perché il bel ami abita in Australia. Sai… va bene l’affetto, ma gente così è meglio avercela a distanza di sicurezza. L’Oceano di mezzo può bastare.”

