martedì 9 febbraio 2010

Profonde riflessioni sul "Perdono"

Nello scorrere del gioco della vita, puo’ accadere di andare incontro ad eventi che non riusciamo ad accettare, durante i quali “ ingoiamo “ rabbia e rancore, nonostante si abbia la consapevolezza che la rabbia faccia male a chi la nutre…La vita puo’ metterci di fronte alla perdita di una persona cara, un abbandono, un’ingiustizia, un rifiuto, e, anche se sappiamo che tutto questo fa parte del gioco, una parte di noi tende a combattere ed il combattimanto si traduce inevitabilmente, in un malessere interiore…perdonamixs5

Il malessere parte dall’anima e se non risolto, passa al corpo emozionale e mentale con pensieri ossessivi e se ancora non risolto, degenera nel corpo fisico dando origine a patologie ( pathos + logos , ovvero discorso sulle emozioni ). A questo punto entra in gioco la parola perdono.

Comunemente il perdono è l'atto di umanità e generosità che induce un individuo all'annullamento di qualsiasi sentimento di vendetta, di rivalsa o punizione nei confronti di chi l'ha offeso o leso in qualunque modo.

Però si dice anche che “per ricevere il perdono c'è pur bisogno che una persona lo chieda a qualcun altro”.

Infatti, quando il perdono è chiesto, questo atto porta, in genere, alla riconciliazione, mentre, quando è un atto unilaterale, e cioè verso un peccatore che è ignaro del suo peccato (Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno),il perdono diventa un atto unilaterale che non porta ad alcun tipo di dialogo, in quanto altrimenti, avverrebbe come tra sordi.

E’ quindi questo, un tipo di perdono diverso da quello di cui di solito, intendiamo, in quanto il primo prelude al fatidico abbraccio, il secondo invece alla vera pace con se stessi, senza che l'atto del perdono investa e coinvolga pure l’altra persona.

Credo sia così....c’è un perdono “paritario”, che segue una schietta spiegazione, e c’è quello che cade dall’alto verso il basso, per compassione e forse pure per comprensione ma che rimane pur sempre unilaterale. In questo modo il rapporto che con l’altra persona risulta essere compromesso e quindi interrotto, tramite il perdono lo si riesce a portare ad una fine, priva di negatività e rancori reciproci, senza nessuna possibilità di poter riaprire il discorso.

Sarebbe come dire che, nel primo caso facciamo pace con la persona; nel secondo,invece con noi stessi e con Dio.

Ovviamente, si presuppone che in una determinata circostanza, ci sia chi ha torto e chi ha ragione.
Il dialogo tra sordi avviene quando tutti i contendenti vogliono in assoluto la ragione e nessuno il torto.

Però se provassimo a fare un passo in avanti?
Ovvero a non preoccuparci di chi è dalla parte del giusto, a perdonarci a vicenda per quello che è stato o che entrambi non abbiamo capito fino in fondo.

Non è anche questa una forma di perdono che chiamerei per puro distinguo “Bilaterale”?.
Dobbiamo per forza scendere nel campo del giudizio a tutti i costi per stabilire con precisione colpe e atti generosi?

Questa forma di perdono, benchè valida nei rapporti interpersonali, in quanto aiuterebbe a superare i normali ostacoli d’incomprensione di entrambi, sarebbe però (benchè auspicabile), inapplicabile alla realtà, basti pensare, ad esempio, alle ingiustizie sociali palesi a cui assistiamo, sotto i nostri occhi tutti i giorni. Il perdono, e quindi la comprensione, non è altro che “l'oblio” dell’errore di un altro. Il perdono è sempre perdono sia nei confronti di un torto subito che di un errore commesso.Se non si capisce bene il meccanismo, il problema si ricrea. Se prendiamo ad esempio, degli amanti che fanno pace sotto le lenzuola, che sia per amore o quant'altro, senza però aver affrontato precedentemente la questione su cui non si capivano, succederà che il problema continuerà a sussistere, a dividerli e a logorarli fino a quando amore e lenzuola, ammesso che ci siano ancora, non serviranno a nulla, in quanto non potranno più nutrire né essere a loro volta nutrite.

Non si parla in nessun modo di giudizio, ma semmai, sempre e solo di comprensione. Generalmente, in un confronto sereno, vengono fuori tutte le ragioni possibili di entrambi, ed è per questo che parliamo di chiarimento.I grandi litigi e le conseguenti grandi riappacificazioni risultano durature solo se scaturite dal chiarimento, dall’essere stati messi in condizioni di vedere uno con gli occhi dell’altro. Quelle di diverso genere, restano solamente fuochi di paglia, per non parlare poi di altre specie che arrivano fino allo stremo delle forze di entrambe le fazioni. Quindi c'è una netta differenza tra perdono e chiarimento, anche se la seconda può essere propedeutica alla prima.
Però la domanda che sorge spontanea a questo punto è che il perdono avviene solo dopo un chiarimento? Ed è, inoltre, possibile un perdono senza chiarimento (o ammissione di colpa)?
Io credo che senza chiarimento non sia proprio possibile, perchè se non si è capito quello che è successo, che cosa potresti perdonare? Invece l’ammissione della propria colpa non è necessaria, anche perché, spesso e volentieri, non c’è una propria e vera colpa. Semmai esisterebbe un comportamento, per lo più adottato da colui o colei al fine di una presunta legittima difesa verso chi ha chiaramente ferito. Una volta però, chiarito e compreso il tutto, il perdono diventa quasi naturale in quanto consisterebbe nell'avere finalmente compreso e conseguentemente si è pronti a rimuoverlo.
Quando si litiga, quando qualcuno o qualcosa ci ha offeso, si innescano dei meccanismi naturali di difesa, che ci sembrano doverosi, e che a volte non sono altro che un estremo e maldestro tentativo di farsi comprendere fino in fondo. E’ proprio qui che dovrebbe intervenire il buon senso a rompere le catene prima che una quisquilia si trasformi in una tragedia greca, perdendo così il bandolo della matassa, in un’irrisolvibile ricerca dell’origine e sua conseguenza o della causa-effetto. Sul perdono ci sono vari punti di vista, ma nel mio caso mi limito a dire che per me il perdono non vuol significare pura resa ma semmai una decisione cosciente di smettere, finalmente di nutrire risentimenti, rabbia, e malcontenti, che prendono il loro tempo per poi maturare e quando, finalmente ti accorgi che dentro di te, la delusione ha preso il sopravvento sulla rabbia, solo allora puoi ben dire che hai perdonato.
Risulta difficile capire quando si riesce davvero a perdonare. A volte certi segni restano indelebili, anche se si può far finta di non vederli o costruirsi una rete di ragionamenti al fine di giustificare l'accaduto o come al solito dire: “farsene una ragione”.
Sarebbe come affermare,tornando al concetto, che se uno vuole essere capito, è pure necessario che si spieghi. Le nostre masturbazioni mentali, per tentare di comprendere e giustificare l’altro che “ potrebbe aver fatto questo perché… e via discorrendo...”, penso proprio che portino al nulla. Non chiariscono, non creano apertura, non leniscono le ferite, insomma, non conducono ad un perdono vero e profondo, in quanto non eliminano le ombre passate che continueranno a gettare interrogativi su un rapporto che continuerebbe a nutrirsi di disagio e malcontento (anche se, prima o poi, verrebbe tutto a galla).

Diceva qualcuno molto saggio: vendetta_rasata
Vuoi essere felice per un istante? Vendicati
Vuoi essere felice per sempre? Perdona

Mentre un altro ancora più saggio: “E’ meglio essere felici o avere ragione?”.

Questa affermazione pur essendo molto bella e vera, non risolve tuttavia il problema, il quale rimane sempre lo stesso: si può perdonare a comando? Si può perdonare perché si è deciso di farlo? Io credo di si o di no. Comunque sia, sarebbe un peccato, perché provare rancore significa essere prigionieri, mentre lasciare andare il passato si va di sicuro verso la libertà. L'inevitabile conseguenza di tutto ciò quindi sarebbe che se non si può decidere di perdonare si può però almeno decidere di non accanirsi sulle proprie posizioni, lasciando andare il passato. Certo è che risulterebbe alla fine un vero peccato per non essere riusciti a farci capire, ma comunque la vita DEVE andare avanti a tutti i costi. In genere non si riesce a perdonare perchè la rabbia e l’astio, ci impediscono di procedere serenamente e di sicuro non ci si riesce a decidere con la sola azione della raziocinio, ma molto spesso ci rendiamo conto, anche se con ritardo, che quella rabbia non ci ha portato molto lontano e che quindi il perdono rappresenta la vera ed unica via per raggiungere la pace, in primis proprio con noi stessi, con il fine di porre le così dette “distanze” dal male che ci vorrebbe annientare.
Infatti il saggio concludeva la frase così: Vuoi guarire dal male che hai dentro? Allora, Dimentica!
Sinceramente non credo affatto nel perdono bilaterale perchè la riconciliazione presuppone comunque che ci sia perdono, da una parte o dall’altra.
Se tra due persone c’è qualcosa che non funziona, sia perchè c’è stata un’incomprensione, sia perchè uno ha fatto uno sgarro all’altro, bisogna che uno dei due perdoni l’altro a priori, senza aspettare che l’altro porga la mano. In poche parole, ci deve sempre essere qualcuno che faccia il primo passo, altrimenti si rischia di restare in attesa per l’eternità. Forse è per questo che il perdono Divino ci è stato donato una sola volta e tocca a noi prendercelo. Insomma, se io perdono sempre, al di là di come possa rispondere l’altra persona, sono certo che il mio perdono sarà fruttifero, altrimenti resta un atto fine a se stesso: io ti perdono se tu mi perdoni.

Ti capisco, ti perdono, e ti lascio andare, senza rancore, senza disprezzo, senza il minimo sentimento di ritorsione anzi, con la mia piena benedizione che tu possa risolvere i tuoi problemi: ma ti lascio andare. Perché io, dei doveri, li ho anche nei confronti di me stessa.
Ti lascio andare….. fosse facile! perdonare è questo, è lasciare andare quella persona, quel ricordo, quel sentimento. Un totale annullamento di “quel che è successo”, dell'accaduto, per cui, dopo la “pace fatta” io riesco a dimenticare.
Difatti non è facile dimenticare sembra quasi che si rasenti il contronatura, anche perchè abbiamo dei doveri, come già detto, nei confronti soprattutto di noi stessi. Se ci sentiamo intossicati perchè ci stiamo nutrendo dentro di troppo veleno, abbiamo il sacrosanto dovere di liberarcene il prima possibile e lasciarlo andare: se non è per bontà cristiana, che sia almeno per amor proprio, e passi pure per sano egoismo, quello minimo indispensabile che ci serve per continuare a vivere serenamente.

Io devo vivere e perciò ti lascio andare. Qualunque cosa tu mi abbia fatto, io ho la facoltà di toglierti il potere di farmi dell'ulteriore male: di conseguenza ti lascio andare. 6AB0B29B38BB3EE1EC56ECEA2927

Si è molto parlato del “come e perche’ perdonare” ma resta sempre comunque il problema del che “cosa” perdonare. Si ha ragione quando viene detto che il trascinarsi dietro delle situazioni incresciose genera solamente disagio, rancore, amarezza e quant’altro ne consegue di terribile. Dimenticare. Non si puo’ fare altro che questo per continuare a vivere. Probabilmente e’ proprio l’incapacita’ di discutere serenamente dei propri errori che rende difficile il già tortuoso cammino del perdono, fosse esso sia unilaterale che bilaterale.
Al riguardo c'è
poi anche il saggio che dice “di sedersi sulla riva del fiume e aspettare. Prima o poi il cadavere del nemico passerà!” Qualche volta si perdona ma non si dimentica e si aspetta: “ti perdono tanto prima o poi la vita ci penserà”.....Quante volte l’abbiamo sentita questa frase? E’certamente un finto perdono  ma chi lo esprime lo pensa veramente e quindi è paragonabile a colui che si siede sulla riva del fiume e aspetta. Per la parte “divina” del perdono, sono convintissima che il perdono, quello vero intendiamoci, quello senza rancori, quello che viene dall’amore per l’altro incondizionatamente dalle ragione che l’altro può farci credere, sia solo possibile con l’aiuto di Dio. Diciamo che i saggi ne hanno un po’ per tutti e poi sta a noi appropriarcene del detto giusto al momento giusto. Una cosa è certa, che il perdono è comunque qualcosa di “umanamente” difficile e che quindi ha bisogno di un intervento soprannaturale per far sì che diventi davvero tale e non un semplice mettersi a posto la coscienza (anche se a livello umano già basterebbe) e per chi ha la fortuna di aver fede, può risultare di sicuro una validissima via preferenziale verso la felicità, come appunto accennavano i vari saggi pocanzi! Da che mondo è mondo, si sa che l’essere umano è fallace e proprio in quanto tale, commette errori. Un conto però è sbagliare perché c'è chi, per sua natura, se ne infischia degli altri, non usando il benchè minimo rispetto ma al contrario, continua impunemente a perpetrarlo, un altro conto è invece, l’errore fisiologico minore (“minore”, sia ben chiaro, non nel senso del termine letterario, in quanto in verità può essere anche enorme, ma nel senso che se pur minore è tuttavia possibile che possa accadere in una persona che sebbene in buona fede, le possa accadere di attuarlo, ed in acconto ci potrebbe essere anche uno addirittura catastrofico). Basterebbe solo riconoscere che esiste questa possibilità e che possa succedere una tale evenienza e di conseguenza, accettarla per valida sia per quanto riguarda noi che per gli altri. In sostanza, sarebbe come dire, “niente atteggiamenti accusatori nei confronti degli altri né sensi di colpa nei confronti di noi stessi, ma solo un sano atteggiamento riparatorio e la forte volontà di evitare l’errore”.

Termino, finalmente direte voi, con una barzelletta che risulta molto inerente all'argomento appena esposto...tanto per alleggerire il tutto.

Un signore, traballando, si reca dal proprio medico per una visita.
Al termine della seduta il dottore si rivolge molto seriamente al paziente e gli dice: “Guardi, qui non c’è proprio da scherzare. Se lei non smette di bere, morirà in breve tempo”.
Il nostro amico, un po’ spaventato, esce dallo studio ed entra nel primo bar che gli capita. Chiede del vino, afferra il bicchiere, lo guarda intensamente e sentenzia:
“So che mi ucciderai, ma ti perdono lo stesso”.

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