martedì 8 gennaio 2013

I conti non tornano.

 

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Come la mettiamo quando i conti non tornano?

A me, per esempio, non torna il conto di quanto devo.

Ho perso il conto di quanto devo a un sacco di gente.

Ci pensavo qualche giorno fa incontrando un maresciallo dei Carabinieri sconsolato, che con gli occhi lucidi mi confidava che non ne può più di acchiappare delinquenti per poi vederli rilasciarli.

E che poi la gente è a lui e alla sua divisa che guarda di traverso e lui non sa più perché la porta quella divisa a cui ha dedicato una vita.

E perdo il conto di quanto devo alla badante romena, che mi grida ridendo, dal giardino di fronte, che non vede l’ora di partire per casa sua, su ai confini con la Moldavia, che non vede i figli da un anno e mezzo.

Tutto tempo che, io so, ha passato tra cateteri, padelle, pannoloni e lente passeggiate sospingendo la carrozzina abbandonata.

E all’artigiano di Treviso che vuole mollare, che mica si può sempre e solo lavorare e sentirsi dire che sei un evasore.

Lo so che mastica amaro e che voleva provare ad avere un futuro diverso.

Ma tant’è.

A lui quanto devo?

E alla studentessa romana entusiasta che mi chiede una lettera di referenze perché così in Australia le offrono un lavoro che non vede l’ora di prendere.

Mi riempie l’anima ascoltarla, mentre parla più veloce di un razzo diretto verso la luna.

E quanto devo alla mia amica, che operata e tagliuzzata, fin nell’intimo della sua anima, per via di quattro brutti mali, mi dice sotto un sole pallido e morente, che non sopporta chi si lamenta.

E all’operaio di Padova, quanto devo?

Che lui di giorno guida il furgone e di sera sforna pizze e studia la domenica mattina, almeno finché non avrà dei figli, che mi dice che lo sa che con i figli è importante anche giocare assieme.

Quante storie incontro?

Quanta gente vedo? Osservo e ascolto ?

Contraggo debiti come fossi un fanatico di gratta e vinci,

In effetti in tutte queste storie gratto e vinco.

In effetti ricevo doni in quantità.

In effetti, in questa corsa, drammatica e comica, senza senso apparente, giù per le discese e le salite di una vita segnata dai guardrail delle tradizioni accettate, degli usi consolidati e delle abitudini portate come gioielli finti, ho molto di cui essere grato.

Ma ho perso il conto.

Come mai salderò il debito con la mia amica che ha adottato due fratellini brasiliani, bellissimi e tristissimi, e che ora accennano a un sorriso timido con cui riconciliarsi con un mondo riarso.

Per quanto potrò rimanere in debito con ragazzo che raccoglie i tappi delle bottiglie di plastica così, prima o poi, al reparto di oncologia, potranno comprare un macchinario nuovo.

Ma quanto mi costerà pareggiare il conto con lo studente che mi ha chiesto se poteva dedicarmi la sua tesi di laurea, perché, secondo lui, io, io che spesso mi addormento sul libro che tento di scrivere, l’ho aiutato con qualche telefonata che non si aspettava.

E che conto aperto avrò con i ragazzi e le ragazze con cui lavoro, che mi spiegano ogni giorno cosa è il bello e cosa non lo è più, cosa è giusto e cosa no, agli occhi di una generazione che vede il mondo senza le lenti di fortuna, opache ed ubriache, che uso io, figlio di un mondo che gocciola come una scatoletta di tonno mezza vuota.

E come mi sistemo con il vecchietto che decora il suo giardino con tutti i pezzi di scarto colorati che trova ?

Perché quel bizzarro giardino è un inno confuso e sgangherato ad un mondo che getta via di tutto, e lui orgoglioso e caparbio, di quel rifiuto ne fa un mondo alieno, variopinto e stimolante, che mi saluta dal finestrino ogni giorno mentre vado al lavoro.

E mi ricorda che un mondo diverso è possibile a partire dal tuo cortile.

Ho persino un paio di debiti con il mio gatto e con il mio cane.

Il primo perché mi mostra come le recinzioni siano utili al loro scopo di tenerti fuori o dentro solo se guardi ai paletti.

Ma se guardi agli spazi tra i pali si trasformano in porte aperte.

Il secondo invece mi insegna che l’amore non si misura con le parole, ed è fatto più di attese che di ritorni.

E che una promessa è una promessa.

Ogni giorno, ogni giorno che il Signore mette in terra, ho un motivo, dieci motivi, cento motivi, mille motivi per essere grato a qualcuno o a qualcosa.

E non è che non vedo tutte le ragioni per non esserlo, ma non mi piego alla logica per cui se qualcuno è dalla parte che non mi piace, allora nessuno è mio fratello.

E invece, nelle tante storie che mi si spiaccicano contro, come moscerini sul vetro, riconosco una trama invisibile al cervello.

Una trama fatta di sospiri lunghi come dolori, di risate forti come tempeste, di solitudini da eremiti e sogni da riempire vagoni.

E in questa trama, io mi nutro e cresco.

Senza chiedere nulla, senza pagare nulla, questa acqua mi innaffia, bagna le mie radici e rende verdi le mie foglie.

Cresco, ogni volta che vedo qualcuno che ci prova.

Che cade, ci riprova.

Che legge e rilegge la storia.

A volte riesce. A volte cade.

A volte si rialza.

Interpretando il ruolo che deve.

Testimone involontario, ai miei occhi, dell’unico destino che ci accomuna.

Uomini, animali, piante.

Quello di andare avanti.

E nel contempo lasciare piccoli segni visibili del nostro passaggio.

Niente di che.

Ma solo quel profumo che decora le stanze quando ospitano qualcuno che sentiamo vero, sincero, in viaggio consapevole verso il suo destino.

E’ una questione di gratitudine.

Ecco si, quel debito che sento si paga solo con la gratitudine, non è questione di soldi.

E’ una questione di riconoscere che siamo tutti il riassunto di tante altre storie.

E di questo io sono grato.

Agli autori sconosciuti e conosciuti che firmano ogni giorno la mia vita.
Grazie.      Rosa rossa  Rosa appassita

(Sebastiano Zanolli )

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